Trieste · 14 Ottobre 2026

Caso Resinovich: perizia rileva tracce di Dna maschile non identificato su indumenti e sacco

Relazione di circa 350 pagine depositata il 10 ottobre; udienza prevista il 30 ottobre a Trieste

Caso Resinovich: perizia rileva tracce di Dna maschile non identificato su indumenti e sacco
Immagini realistiche prodotte fedelmente al contesto della notizia con Freia

Una consulenza di circa 350 pagine, depositata il 10 ottobre e firmata dai periti Paolo Fattorini, Chiara Turchi ed Eva Sacchi, ha evidenziato la presenza di tracce di Dna maschile non riconducibili a soggetti noti su alcuni effetti personali legati al caso di Liliana Resinovich.

La donna, 63 anni, scomparve a Trieste il 14 dicembre 2021 e fu ritrovata senza vita il 5 gennaio 2022 nel boschetto dell’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni. I risultati della perizia sono stati resi noti il 13 ottobre e saranno illustrati nell’udienza fissata per il 30 ottobre.

Gli esperti riferiscono di tracce genetiche maschili rinvenute sui jeans della vittima e su uno dei sacchi neri che avvolgevano il corpo, nello specifico quello che copriva la parte inferiore. I due campioni, secondo i periti, potrebbero provenire con elevata probabilità dalla stessa persona, la cui identità al momento resta ignota.

Ulteriori materiali biologici di origine maschile sono stati rilevati anche su altri oggetti personali, tra cui la borsetta, l’orologio, una bottiglietta di plastica e il cordino utilizzato per tenere insieme tre chiavi. La perizia sottolinea tuttavia che non è stato possibile stabilire con certezza se si tratti dello stesso individuo, quando il materiale sia stato depositato e quale rapporto possa avere con la morte della donna.

Le analisi sulle suole delle scarpe indossate da Resinovich non hanno rivelato residui riconducibili al terreno del boschetto di San Giovanni, circostanza che potrebbe essere valutata nel quadro degli ultimi spostamenti della vittima o di un ipotetico trasferimento del corpo. Sotto le suole sono state rilevate anche particelle di zirconio: il confronto con il laboratorio in cui lavorava l’unico indagato, Sebastiano Visintin, non ha però fornito elementi scientifici a supporto di un contatto diretto tra le calzature e l’officina.

Le analisi tessili hanno evidenziato elementi compatibili con un contatto diretto tra il giubbotto indossato da Visintin il giorno della scomparsa e il giubbotto e la borsa della moglie; i periti precisano che il valore probatorio di questo elemento va ponderato anche in considerazione del fatto che i due convivevano.

Il cordino trovato attorno al collo della donna ha restituito solo materiale genetico attribuibile alla vittima; non è emerso il profilo del marito. Il confronto con altri cordini e gomitoli sequestrati nell’abitazione di Visintin non ha permesso di stabilire una corrispondenza certa. L’esame delle estremità del cordino ha indicato segni di taglio compatibili con strumenti differenti, tra cui forbici e una lama singola, senza però identificare lo strumento impiegato.

Dall’analisi di dodici formazioni pilifere rinvenute su indumenti e altri effetti personali, undici sono state attribuite alla vittima mentre una risulterebbe riconducibile a un soggetto maschile non identificato. Nei reperti esaminati non è emerso il Dna del medico legale Fulvio Costantinides, intervenuto nelle fasi precedenti degli accertamenti.

Sul piano processuale, Sebastiano Visintin resta l’unico indagato per la morte di Resinovich. I periti non hanno rilevato il suo profilo genetico sui reperti più significativi analizzati, compreso il cordino attorno al collo. I difensori di Visintin, gli avvocati Alice e Paolo Bevilacqua, hanno richiamato l’importanza delle tracce maschili non identificate e hanno annunciato ulteriori approfondimenti con i loro consulenti. Nicodemo Gentile, legale del fratello della vittima, ha interpretato l’assenza di residui del boschetto sulle suole come un elemento che può avvalorare l’ipotesi dell’omicidio e del possibile spostamento del corpo, valutazione che la perizia stessa non considera di per sé determinante.

La nuova relazione si inserisce in un’inchiesta che, a quasi cinque anni dalla scomparsa, mantiene aspetti ancora da chiarire. Dopo una prima ricostruzione orientata al suicidio, approfondimenti medico-legali, tra cui quelli condotti dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo, hanno portato a rivalutare le circostanze del decesso e a considerare l’ipotesi di un atto doloso. Il prossimo passo processuale sarà l’udienza del 30 ottobre, quando i periti illustreranno in aula le conclusioni e risponderanno alle osservazioni delle parti.

Fonte: Raccontiamo Trieste

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