Le sculture di Luigi Fatuzzo entrano nel Parco 'Giardino Bianco' di Canicattini Bagni
Quattro teste caprine, tra terracotta, bianco e nero e metallo, installate in pianta permanente nel parco ideato da Jano Sicura
Il Parco Sculture “Giardino Bianco”, galleria d’arte contemporanea a cielo aperto a Canicattini Bagni, nel Siracusano, ha accolto le opere dell’artista siracusano Luigi Fatuzzo, invitato a esporre insieme ad oltre 50 artisti italiani e internazionali.
Il parco, considerato tra i più significativi del Sud Italia, ospita oltre 110 opere realizzate da circa 55 artisti. Ideato dall’artista canicattinese Jano Sicura, lo spazio immerso tra ulivi e carrubi secolari è pensato per la ricerca artistica e l’accoglienza di nuove prospettive culturali ed è inserito nella Rete Museale riconosciuta dal sistema normativo nazionale e regionale.
«Il mio progetto scultoreo si inserisce in modo permanente nel Parco Giardino Bianco, dialogando con le opere degli altri artisti presenti», ha dichiarato Luigi Fatuzzo ringraziando il maestro Jano Sicura per l’invito.
L’opera presentata dall’artista è intitolata I Caput Capra ed è composta da quattro teste caprine montate su steli metallici. Fatuzzo ha spiegato che le sculture sembrano emergere dalla terra e si inseriscono nel paesaggio mediterraneo con riferimenti a una dimensione ancestrale del sacro.
Il nucleo concettuale dell’installazione, ha aggiunto l’artista, si articola su un dualismo materico e cromatico: due sculture in bicromia rigorosa (bianco e nero) funzionano come segnali totemici nello spazio aperto, mentre le altre due prediligono la terracotta al naturale e dialogano con gli ulivi e la pietra grazie all’innesto di elementi in ferro e di vere corna d’ariete. Montate su supporti che slanciano le forme verso il cielo e sospese a mezz’aria, le quattro teste creano una tensione tra la pesantezza della terracotta e la verticalità dei supporti.
Fatuzzo ha inoltre sottolineato che l’integrazione di elementi organici reali e metallo non è un mero esercizio naturalistico, ma un atto di sincretismo che fonde il reperto animale nella materia plastica, evocando memorie agro-pastorali e mitologie mediterranee e riattivando, a suo dire, una spiritualità nascosta dei luoghi.