Siracusa, Cassazione: inammissibili i ricorsi di nove imputati collegati al clan Santa Panagia
L’ordinanza n. 32212/2026 della Settima sezione penale conferma le valutazioni d’appello e dispone oneri economici a carico degli imputati
La Suprema Corte, con l’ordinanza n. 32212 del 2026 della Settima sezione penale, ha dichiarato inammissibili i ricorsi di nove persone già condannate in un procedimento per reati relativi agli stupefacenti e ritenute appartenenti o collegate al clan Santa Panagia. La decisione fa riferimento alla sentenza emessa l’11 settembre 2025 dalla Corte d’Appello di Catania.
I ricorrenti sono Marco Campisi, Calogero Benigno, Michael Berardi, Shayla Tringali, Alfredo Caruso, Carmela Falco, Agostino Alfio Urso, Concetto Urso e Pasqualino Urso. Per tutti la pronuncia dei giudici dei precedenti gradi aveva accertato, a vario titolo, la responsabilità per violazioni della normativa sugli stupefacenti.
La Corte d’Appello di Catania aveva parzialmente modificato la decisione di primo grado rideterminando le pene nei confronti di Campisi, Berardi, Tringali, Falco, Agostino Alfio Urso, Concetto Urso e Pasqualino Urso, accogliendo per questi ultimi il concordato proposto dalle parti ai sensi dell’articolo 599‑bis del codice di procedura penale. Per Calogero Benigno e Alfredo Caruso, invece, l’appello aveva confermato le condanne pronunciate dal Tribunale di Catania.
Per alcuni imputati (Campisi, Tringali, Falco, Agostino Alfio Urso, Concetto Urso e Pasqualino Urso) era stata inoltre riconosciuta la responsabilità per il reato associativo previsto dall’articolo 74 del Testo unico sugli stupefacenti. La Cassazione ha ricordato che l’adesione al concordato in appello limita le questioni che possono essere rinnovate in sede di legittimità, salvo specifiche ipotesi quali l’applicazione di una pena illegale, vizi nella formazione della volontà di aderire all’accordo o una decisione giudiziale difforme rispetto al contenuto del concordato, circostanze che i giudici hanno ritenuto non configurarsi nel caso in esame.
Benigno e Caruso avevano presentato ricorsi distinti. Benigno era stato ritenuto responsabile, unitamente ad altri tra cui Caruso, della detenzione, del trasporto e della cessione di una partita di hashish per la quale era stato concordato il pagamento di 9.000 euro, destinata a Pasqualino Urso. La difesa aveva contestato la consistenza degli elementi probatori e chiesto la riqualificazione del fatto nell’ipotesi di lieve entità; entrambe le doglianze sono state ritenute inammissibili dalla Cassazione, che ha ritenuto congrua la motivazione della Corte d’Appello basata, tra l’altro, sul riconoscimento vocale, su un servizio di osservazione e controllo svolto il 5 dicembre 2018 e su conversazioni intercettate prima dell’incontro per la cessione.
Il ricorso di Alfredo Caruso è stato anch’esso dichiarato inammissibile. Caruso era stato ritenuto responsabile di più episodi di acquisto, detenzione, trasporto e cessione di hashish e marijuana; la difesa aveva contestato il riconoscimento della recidiva qualificata. La Cassazione ha invece ritenuto adeguata la motivazione dei giudici d’appello, che avevano inserito i fatti in una «consolidata sequenza criminale» e valorizzato i precedenti dell’imputato ai fini della valutazione sulla maggiore pericolosità sociale.
Con l’ordinanza decisa il 9 giugno 2026, la Settima sezione penale della Cassazione ha quindi dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I nove ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e ciascuno è stato condannato a versare la somma di 3.000 euro in favore della Cassa delle ammende.