Truffa a un’88enne a Roma: arrestati due coniugi accusati di riti per «togliere il malocchio»
Secondo gli inquirenti i due avevano carpito la fiducia dell’anziana con rituali e richieste di denaro, fino a una consegna da 3.500 euro seguita dall’intervento dei carabinieri
L’indagine è partita dalla segnalazione del figlio di un’88enne residente a Roma, che si è rivolto ai carabinieri dopo aver scoperto contatti e pagamenti con due persone che si presentavano come in grado di rimuovere il «malocchio».
Sono stati arrestati un uomo di 63 anni, originario di Napoli, e una donna di 59 anni residente a Roma, entrambi domiciliati a Capena. L’operazione, condotta dai carabinieri della stazione San Sebastiano e del nucleo operativo della compagnia Eur, è scattata il 13 agosto, ponendo fine a un presunto raggiro che, secondo gli inquirenti, si protraeva da tempo.
Secondo la ricostruzione emersa dalle indagini e ripresa in sede di convalida, il 63enne avrebbe carpito la fiducia dell’anziana presentandosi come «guaritore» e promettendo la risoluzione di mal di testa e dolori allo stomaco. Le prestazioni, sempre secondo gli inquirenti, consistevano in imposizione delle mani e particolari movimenti sullo stomaco, accompagnati dalla tesi che i disturbi derivassero da «negatività» esterne.
Le richieste economiche sarebbero aumentate nel tempo: la donna avrebbe inizialmente consegnato somme tra i 20 e i 30 euro, poi 500 euro e infine sarebbe stata richiesta la consegna in contanti di 3.500 euro. La richiesta finale ha indotto il figlio dell’anziana a presentare un esposto e a consegnare una pen drive con foto e video che documentavano i contatti.
Per l’appuntamento fissato il 13 agosto i carabinieri hanno predisposto un servizio di osservazione. Secondo gli investigatori, mentre l’uomo attendeva all’esterno, la donna è entrata nell’abitazione della vittima: prima della consegna del denaro l’indagata avrebbe dato all’anziana una bustina contenente un farmaco antiacido (Gaviscon), con l’evidente intento di rafforzare la convinzione sull’efficacia del «rito». Subito dopo la consegna dei 3.500 euro i militari sono intervenuti bloccando la donna, trovando l’intera somma nella sua borsa; è stato fermato anche il marito, in possesso del cellulare usato per i messaggi con la vittima.
Nel corso delle indagini, oltre al sequestro del denaro in flagranza, sono state esaminate chat e audio WhatsApp che, secondo gli inquirenti, evidenziano un rapporto di subalternità psicologica della vittima nei confronti del presunto «guaritore», con ringraziamenti e scuse ricorrenti nei messaggi.
La perquisizione nell’abitazione della coppia a Capena ha portato al ritrovamento di vari appunti manoscritti con nomi e numeri telefonici della vittima e di suo figlio; tra gli scritti è stato trovato anche un appunto che faceva riferimento alla necessità di «allontanare» una terza persona, elemento che, secondo il magistrato, indicava la volontà di agire senza interferenze.
Nel corso dell’interrogatorio seguito alla convalida dell’arresto il 14 agosto, i due indagati hanno fornito una versione che il giudice ha definito «del tutto inverosimile». Il gip ha ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza e il pericolo di reiterazione del reato, definendo la condotta caratterizzata da «pervicacia e abilità».
Pur respingendo la richiesta di arresti domiciliari avanzata dal pubblico ministero, il tribunale ha disposto misure meno afflittive: obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, con l’uomo tenuto a presentarsi quotidianamente alla stazione dei carabinieri di Capena e la donna a presentarsi tre volte a settimana. Per entrambi è stato disposto il giudizio con rito direttissimo.
La notizia, pubblicata in anteprima dal Messaggero, è stata confermata a RomaToday.