Pesaro e Urbino

Osteopatia tra materia, spirito e relazione: a Fano la visione di Fabrizio Renzoni

Intervista a Fabrizio Renzoni · Osteopata

Che cosa significa davvero considerare una persona nella sua interezza? Ne abbiamo parlato con Fabrizio Renzoni, osteopata a Fano (PU), partendo da una parola quasi dimenticata della storia dell'osteopatia: Biogen.
Osteopatia tra materia, spirito e relazione: a Fano la visione di Fabrizio Renzoni

Quando si parla di osteopatia, il pensiero corre spesso al trattamento manuale, alla postura, al dolore muscolare o articolare. Esiste però una dimensione più profonda, legata alle origini e alla filosofia stessa di questa disciplina.

È da qui che parte il pensiero di Fabrizio Renzoni, osteopata che esercita a Fano, in provincia di Pesaro e Urbino, e titolare del sito www.osteopatia26.it.

Per raccontare il proprio modo di intendere l'osteopatia, Renzoni sceglie infatti una parola utilizzata dal fondatore della disciplina, Andrew Taylor Still: Biogen.

Fabrizio Renzoni, partiamo proprio da questa parola. Che cosa significa “Biogen”?

«È una parola oggi quasi dimenticata, coniata da Andrew Taylor Still per descrivere la vita come un intreccio che non può essere ridotto semplicemente alla materia.

Still unisce due termini, bios e genesis, cioè vita e origine. Attraverso questa espressione cerca di dare un nome a ciò che rende possibile il movimento, la crescita e, più in generale, il fenomeno stesso della vita.»

Renzoni fa riferimento in particolare al capitolo Biogen contenuto in The Philosophy and Mechanical Principles of Osteopathy, pubblicato da Still nel 1902.

Non si tratta, sottolinea, di una legge scientifica nel senso contemporaneo del termine, ma di un tentativo filosofico di descrivere qualcosa che, secondo Still, non poteva essere spiegato esclusivamente attraverso la meccanica del corpo.

Perché questa idea è così importante per comprendere le origini dell'osteopatia?

«Perché l'osteopatia nasce in un contesto molto diverso da quello sanitario attuale.

Still si formò in un'America di frontiera nella quale l'accesso alla medicina, alle strutture sanitarie e alla formazione era profondamente diverso rispetto a oggi. Studiò intensamente l'anatomia, osservò il corpo e la malattia e maturò progressivamente una propria concezione dell'essere umano.

La sua osteopatia nasce quindi da una continua osservazione della vita, del corpo e dei suoi meccanismi.»

Uno degli aspetti centrali del pensiero di Still è proprio il rapporto tra ciò che è materiale e ciò che non può essere descritto unicamente attraverso la materia.

Secondo una delle formulazioni attribuite alla sua filosofia, la vita nasce dall'unione tra spirito e materia: senza materia non potrebbe manifestarsi un'azione e senza un principio vitale la materia resterebbe immobile.

Non rischia di essere una concezione troppo distante dalla medicina e dalla scienza contemporanea?

«Bisogna evitare di leggere Still utilizzando automaticamente le categorie di oggi.

Il Biogen non va considerato come una teoria scientifica moderna. È piuttosto un linguaggio filosofico attraverso il quale Still provava a descrivere la complessità della vita.

Il punto interessante, a mio avviso, è proprio questo: la vita non può essere semplicemente posseduta dalla meccanica e nemmeno spiegata attraverso una metafisica astratta. È relazione.»

Ed è proprio il concetto di relazione a diventare centrale nel modo in cui Renzoni interpreta oggi questa eredità.

Perché recuperare il concetto di Biogen proprio oggi?

«Perché viviamo in un'epoca nella quale tendiamo sempre più a tradurre la vita in dati.

Parliamo di genetica, parametri biometrici, algoritmi predittivi. Possiamo misurare quantità enormi di informazioni e questa capacità rappresenta evidentemente un progresso enorme.

Ma il rischio è pensare che tutto ciò che possiamo misurare coincida con tutto ciò che una persona è.»

Secondo Renzoni, proprio qui una concezione nata oltre un secolo fa può tornare sorprendentemente attuale.

Il Biogen diventa quindi un richiamo alla complessità dell'essere umano e alla necessità di non ridurre la persona alla somma dei suoi singoli parametri.

E concretamente, cosa significa questo nel lavoro di un osteopata?

«Per me significa innanzitutto ricordare che davanti non abbiamo semplicemente una struttura anatomica o un problema da correggere.

Abbiamo una persona e un organismo che continuamente cambia, reagisce e si adatta.

Il paziente può essere considerato come un processo che continuamente si genera. Il sapere tecnico è fondamentale, ma non può esaurire completamente ciò che quella persona rappresenta.»

È una distinzione importante.

Non si tratta di rifiutare la conoscenza scientifica o la tecnologia, ma di riconoscere i limiti di qualsiasi modello quando viene applicato alla complessità individuale.

Per l'osteopata questo si traduce anche nell'osservazione della persona nel suo insieme, evitando di interpretare necessariamente ogni disturbo come un fenomeno isolato dal resto dell'organismo.

Quindi il Biogen rappresenta ancora qualcosa nell'osteopatia contemporanea?

«Il termine è quasi scomparso.

L'osteopatia contemporanea ha comprensibilmente privilegiato la ricerca scientifica e il confronto con il mondo sanitario, mettendo progressivamente in secondo piano molte delle espressioni filosofiche o metafisiche utilizzate dal suo fondatore.

Eppure credo che proprio per questo il concetto sia interessante.

Il Biogen non appartiene soltanto al passato dell'osteopatia. Rappresenta quella parte che continua a ricordarci che la vita non può essere completamente normalizzata dalla tecnica.»

Una riflessione che va, in realtà, molto oltre l'osteopatia.

In una società sempre più capace di raccogliere informazioni sul corpo, prevedere comportamenti e trasformare alcuni aspetti dell'esistenza in numeri, resta infatti aperta una domanda antica: quanto di una persona può realmente essere misurato?

È anche attorno a questa domanda che Fabrizio Renzoni porta avanti la propria attività di osteopata a Fano (PU).

Una visione nella quale tecnica, conoscenza anatomica e osservazione rimangono strumenti fondamentali, ma il paziente continua a essere qualcosa di più complesso della semplice somma dei dati che possiamo raccogliere su di lui.

Forse è proprio questo il messaggio più contemporaneo contenuto in una parola nata oltre un secolo fa: Biogen.

La vita come qualcosa che continuamente si genera e che, nonostante tutti i nostri strumenti per analizzarla, conserva inevitabilmente una parte che ancora ci sfugge.

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