Assolto in appello a Perugia: il braccio ingessato escludeva la possibilità di cacciare
La Corte d'appello ha ritenuto insufficiente la sola presenza dell'uomo in auto in un'area protetta
L'uomo era stato denunciato, multato e condannato per il presunto esercizio illegittimo dell'attività venatoria dopo un controllo degli agenti di vigilanza in un'area protetta. Secondo l'accusa, la posizione dell'auto, la strumentazione a bordo e il contesto avrebbero fatto presumere un appostamento finalizzato all'abbattimento della fauna.
In appello i giudici hanno però operato un distinguo rilevante: il reato contestato richiede la prova che la condotta fosse finalizzata all'"abbattimento immediato o prossimo" della selvaggina. La semplice presenza in auto in atteggiamento di attesa non è, di per sé, sufficiente a dimostrare tale finalità.
I giudici di secondo grado hanno inoltre sottolineato che l'imputato aveva il braccio e la mano destra immobilizzati da un gesso, condizione che gli impediva di fatto l'uso del fucile. Per i magistrati «non poteva imbracciare il fucile», elemento che ha fatto cadere il requisito del dolo specifico necessario per la configurazione del reato.
Accogliendo la tesi della difesa, la Corte d'appello ha quindi riformato integralmente la sentenza di primo grado e ha assolto l'uomo con la formula "perché il fatto non sussiste".