Perugia · 29 Agosto 2026

Coltello puntato al datore per presunti stipendi: la Corte d'appello di Perugia conferma la condanna

Per i giudici la condotta integra il reato di rapina; respinte le attenuanti per difficili condizioni di vita

Coltello puntato al datore per presunti stipendi: la Corte d'appello di Perugia conferma la condanna

La Corte d'appello di Perugia ha confermato la condanna a due anni e mezzo di reclusione nei confronti di un uomo che, secondo l'accusa, si era presentato presso l'abitazione del datore di lavoro reclamando il pagamento di spettanze e, nel corso del colloquio, avrebbe puntato un coltello alla pancia della vittima e si sarebbe impossessato di una borsa di sua proprietà.

In appello la difesa aveva sostenuto che il comportamento dell'imputato fosse riconducibile al reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulla persona (articolo 393 del codice penale), argomentando che l'azione fosse finalizzata a ottenere il saldo di somme ritenute dovute.

La Corte d'appello ha tuttavia ritenuto infondata questa ricostruzione, richiamando la giurisprudenza secondo cui l'istituto dell'esercizio arbitrario delle proprie ragioni richiede una corrispondenza precisa tra l'azione e la pretesa vantata, nonché l'identificabilità per causali, titolo ed entità della richiesta che si intende far valere. Nel caso in esame i giudici hanno ritenuto la pretesa dell'imputato generica e priva di riscontri oggettivi.

Per tali ragioni la Corte ha qualificato la condotta come rapina e ha confermato la pena inflitta in primo grado. I giudici hanno inoltre negato l'applicazione delle circostanze attenuanti generiche invocate dalla difesa, osservando che le condizioni di difficoltà economica dell'imputato non possono costituire di per sé una giustificazione per reati di tale gravità.

Fonte: Raccontiamo Perugia

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