Max Parisi vola in California per tentare Daraxonrasib: il farmaco è approvato dalla FDA, in attesa dell'Ema
Il conduttore radiofonico, prognosi iniziale di poche settimane, si trasferisce temporaneamente negli Usa dove il nuovo trattamento è già utilizzabile; in Italia si valuta l'uso compassionevole
Il 31 luglio i medici hanno comunicato a Max Parisi che le opzioni terapeutiche erano esaurite; il suo oncologo gli avrebbe detto: “Le cartucce che avevamo in canna le abbiamo sparate tutte”.
Il 26 agosto negli Stati Uniti è stato approvato il Daraxonrasib, un farmaco destinato a pazienti che hanno già affrontato altre terapie. Parisi, 58 anni, che negli ultimi due anni ha perso circa quaranta chili dopo chemioterapia, intervento e radioterapia per un tumore al pancreas con metastasi al fegato, ha i requisiti per accedere al trattamento e ha deciso di volare in California per provare la nuova terapia.
L'oncologa Chiara Cremolini, membro del direttivo dell'Aiom e professoressa di Oncologia all'Università di Pisa, precisa che si tratta di un farmaco “approvato dalla Food and Drug Administration (Fda) negli Stati Uniti ed è, quindi, utilizzabile nella pratica clinica americana”. Aggiunge però che è un medicinale a pagamento il cui costo può essere coperto dalle assicurazioni statunitensi in base alla polizza e che non è ancora approvato dall'Ema: “Poiché non è ancora approvato dall’Ema, che sta effettuando la revisione dei dati, il farmaco non può essere utilizzato e rimborsato nei sistemi sanitari pubblici, ma può essere al momento solo acquistato a spese del paziente. L’Ema sta aspettando che l’azienda produttrice presenti la richiesta di immissione in commercio”.
Parisi non ha ricevuto garanzie di guarigione: in un'intervista ha riferito che gli è stato detto che “Non ti guarisce, questo me lo hanno specificato più volte, però può raddoppiare il tuo tempo. Magari io arrivo a Natale, se sono fortunato a gennaio”. Per valutare l'efficacia della terapia una Tac prevista dopo quindici giorni dovrebbe mostrare eventuali riscontri.
Per sostenere le spese della cura — una fornitura per trenta giorni supera i 42 mila dollari, senza contare visite e permanenza — la moglie Louise ha avviato una raccolta fondi online che ha superato i 115 mila dollari, somma stimata per coprire circa due mesi di trattamento. Dopo il periodo negli Stati Uniti Parisi prevede di tornare in Italia.
In Italia Parisi, insieme al fratello Alessandro, sta esplorando la possibilità di favorire l'accesso al farmaco anche attraverso percorsi come l'uso compassionevole. La vicenda solleva questioni rilevanti per il sistema sanitario italiano relative ai tempi di valutazione regolatoria, al rimborso e all'accesso per i pazienti.
Nella sua esperienza personale Parisi racconta che i sintomi che hanno portato alla diagnosi nel 2024 erano iniziati con un prurito persistente; nonostante la malattia abbia progressivamente pesato sulla sua vita ha continuato a lavorare finché possibile e si è affidato anche a cure palliative con Vidas quando la situazione è peggiorata. Le figlie sono Sophia, 21 anni, e Vivienne, 16. Parisi ha dichiarato: “Dalla vita ho già avuto tutto quello che potevo sognare e anche di più. Non ho altro da chiedere. Vorrei solo vivere quel che mi resta con la mia famiglia”.
La sua storia, oltre all'aspetto personale, è segnalata come esempio delle difficoltà di accesso a nuove terapie che sono prima disponibili negli Stati Uniti e solo successivamente valutate dalle autorità europee.