Nazionale · 29 Settembre 2026

Caso Regeni: tre 007 egiziani condannati a 10 anni, polemica politica sulle parole di Tajani

La Corte d'Assise di Roma condanna tre imputati e assolve un quarto; opposizioni chiedono un'informativa al governo dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri

Dopo otto ore di camera di consiglio, la Corte d'Assise di Roma ha condannato a dieci anni tre 007 egiziani per il sequestro di Giulio Regeni e ha assolto il quarto imputato. Le motivazioni dovranno essere depositate entro 90 giorni.

Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha osservato che la decisione riconosce che l'attività contro Regeni era stata compiuta da persone legate allo Stato egiziano. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, titolare del fascicolo fin dall'inizio, l'ha definita "una sentenza storica" che conferma l'impianto accusatorio.

Ieri Tajani a caldo aveva sottolineato che " non è stato condannato l'Egitto, sono state condannate tre persone", ricordando che si tratta di una sentenza di primo grado. Le parole hanno acceso le polemiche. Oggi, a margine del Forum Euromediterraneo dell'Acqua alla Nuvola di Roma, ha precisato la sua posizione: si è detto di essersi "limitato a fotografare la sentenza" e di essere "stupito dalle polemiche".

Il ministro ha poi corretto il tiro: "Il governo italiano continuerà a lavorare per arrivare alla verità. Vale più l'azione diplomatica che il clamore. Quella di ieri è una sentenza limitata , non ci dice chi sono gli assassini di Regeni. Noi non abbiamo mai rinunciato a insistere con le autorità egiziane in ogni incontro su quello che per noi è fondamentale: scoprire la verità. Agire con diplomazia, con discrezione, non significa non agire. L'attività diplomatica non ha nulla a che vedere con copertura: noi non copriamo nulla, vogliamo soltanto scoprire la verità." Tajani ha inoltre rivendicato risultati ottenuti con questa strada, citando il caso di Patrick Zaki, e auspicato una soluzione per Nassy Guerra e sua figlia, alle quali le autorità egiziane hanno negato il permesso di lasciare il Paese dopo una condanna per adulterio.

La replica più dura è arrivata dalla segretaria del Pd Elly Schlein, presente ieri al sit-in davanti al tribunale, che ha dichiarato: "Ha perso un'altra occasione per tacere". Schlein ha definito la sentenza una "sentenza storica" ottenuta grazie al lavoro della Procura, dei legali e alla tenacia della famiglia, sostenendo che "Nessuno può più negare la responsabilità del regime di Al Sisi". Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd, ha detto che tra tutte le parole possibili Tajani ha scelto "le peggiori". Il Fatto Quotidiano riporta anche l'intervento di Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Pd, che ha definito "grave" la posizione del ministro. Laura Boldrini ha letto la sentenza come una "vittoria della società civile". Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (Avs) si sono rivolti direttamente alla premier: "Chiami Al Sisi e pretenda l'estradizione dei condannati". Pd, M5s e Avs hanno chiesto un'informativa urgente a Tajani sulle prossime mosse del governo. Le opposizioni hanno inoltre segnalato il silenzio di Giorgia Meloni.

Lo Voi ha sottolineato: "Dovremo attendere le motivazioni per riuscire ad avere il quadro completo del ragionamento della Corte d’assise. Credo si possa dire che la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto". Ha aggiunto che "ci sono state tre condanne su quattro, anche se non per tutti i reati, per una attività che era stata posta in essere da persone legate allo Stato egiziano" e che il risultato è stato raggiunto "nonostante una collaborazione non proficua da parte dell’autorità egiziana". Lo stesso procuratore ha detto: "Siamo soddisfatti per avere tirato fuori questo procedimento dal pantano in cui era finito. Siamo riusciti, attivando anche la Corte costituzionale, a procedere e a svolgere un processo davanti a una corte di assise autonoma e indipendente, in presenza della quale anche gli imputati assenti sono stati egregiamente rappresentati".

Secondo l'accusa, il movente sarebbe stato la percezione errata di un'attività di intelligence ostile da parte di Regeni; sequestro e torture sarebbero serviti a strappargli informazioni che, secondo l'accusa, non poteva fornire. Colaiocco ha affermato in aula che il processo offre una verità processuale costruita su prove. Un testimone protetto, indicato come "Gamma", ha riferito di aver sentito Sharif vantarsi del fatto, mentre la difesa di Sharif ha cercato di smontarne l'attendibilità ritenendo le prove insufficienti per una condanna.

I quattro imputati sono il generale Tariq Sabir, assolto, i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, tutti e tre condannati a dieci anni. A ciascuno dei quattro era contestato il sequestro di persona pluriaggravato. Solo Sharif risponde anche di lesioni personali aggravate e omicidio aggravato, in concorso con persone mai identificate. Nessuno dei quattro ha mai partecipato a un'udienza; sono formalmente irreperibili da anni per la mancanza di cooperazione egiziana.

Il 23 giugno il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco aveva chiesto un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo; il carcere a vita era stato sollecitato per Sharif, ritenuto l'uomo che avrebbe ucciso Regeni. Le richieste dell'accusa non vincolano il collegio. La Presidenza del Consiglio, attraverso l'Avvocatura dello Stato, ha inoltre chiesto ai quattro un risarcimento di due milioni di euro.

Fonte: Raccontiamo Città

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