Nazionale · 28 Settembre 2026

Omicidio Regeni: l'inchiesta della Procura di Roma denuncia depistaggi e ostacoli dall'Egitto

A oltre dieci anni dalla scomparsa e dalla morte di Giulio Regeni, gli atti dell'accusa descrivono una collaborazione giudiziaria solo apparente e numerose richieste italiane rimaste senza risposta

Giulio Regeni fu fatto scomparire al Cairo il 25 gennaio 2016 e venne poi ritrovato morto con evidenti segni di torture. L'indagine della Procura di Roma, a oltre dieci anni dai fatti, descrive una collaborazione delle autorità egiziane ritenuta in larga parte fittizia e finalizzata a ostacolare l'accertamento della verità.

Fin dalle prime fasi gli investigatori italiani indicarono come priorità ricostruire i fatti e individuare i responsabili delle torture e dell'omicidio. Tuttavia, la Procura riferisce che gli inquirenti inviati al Cairo nel 2016 operarono in veste di osservatori, senza reali poteri di iniziativa o possibilità di partecipare concretamente alle decisioni investigative prese dalle autorità locali.

Il 23 marzo 2016 Ros e Sco decisero di interrompere l'esperienza investigativa congiunta. Il giorno successivo la National Security egiziana annunciò di aver individuato e ucciso i responsabili del sequestro, delle torture e dell'omicidio, sostenendo che Regeni fosse stato vittima di una banda criminale di cinque persone dedite a rapine e truffe ai danni di stranieri. La Procura di Roma ravvisò forti perplessità su quella ricostruzione: tra gli elementi citati dagli investigatori italiani, la localizzazione di una utenza telefonica attribuita al presunto capo della banda risultò attiva la sera del 25 gennaio 2016 a circa cento chilometri dal Cairo. Quel gruppo criminale viene oggi indicato dagli inquirenti come il principale depistaggio volto ad allontanare l'attenzione dagli apparati di sicurezza.

Nei due anni successivi la cooperazione tra Italia ed Egitto si tradusse in numerosi incontri formali, ma senza risultati investigativi concreti. Nel dicembre 2017 la Procura di Roma consegnò alle autorità egiziane un'informativa che già delineava responsabilità di appartenenti alla National Security poi imputati nel processo; anche questa iniziativa non produsse effetti. Il 4 dicembre 2018 la Procura capitolina iscrisse nel registro degli indagati cinque esponenti dei servizi di sicurezza egiziani.

Con l'avvicendamento al vertice della Procura generale egiziana, la collaborazione apparente lasciò spazio a una contestazione aperta delle conclusioni italiane. La Procura ricorda in particolare un "Memorandum" inviato dal Cairo in cui gli elementi raccolti dall'accusa italiana vennero contestati punto per punto, con l'obiettivo di escludere qualsiasi coinvolgimento della National Security.

La Procura di Roma evidenzia anche il bilancio delle rogatorie e delle richieste di cooperazione giudiziaria: dall'Egitto sono arrivate soltanto due rogatorie contenenti undici richieste, tutte soddisfatte dall'Italia. Dall'Italia sono state avanzate 64 richieste, delle quali solo 25 hanno ricevuto risposta e 39 risultano ancora prive di riscontro. Tra gli atti mai trasmessi figurano gli esiti del traffico delle celle telefoniche, i profili biologici rinvenuti sugli indumenti di Regeni, la documentazione della National Security relativa al monitoraggio del ricercatore, i registri di servizio e gli atti amministrativi del fascicolo aperto su di lui.

Secondo la Procura di Roma, non si tratterebbe di omissioni casuali ma di mancate risposte selettive proprio su quegli elementi che avrebbero permesso di ampliare il perimetro delle responsabilità e identificare ulteriori appartenenti agli apparati di sicurezza coinvolti nella vicenda.

Fonte: Raccontiamo Città

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