Nazionale · 23 Settembre 2026

A Bologna l’imputato per l’omicidio del capotreno rompe la calma in aula: insulti e aggressione alla gabbia di vetro

Il presidente Liccardo dispone il ritorno in carcere di Marin Jelenic dopo le escandescenze durante la perizia psichiatrica; il consulente della Corte conclude che era capace di intendere e di volere il giorno dell’omicidio.

Durante l’udienza della Corte d’Assise di Bologna dedicata alla perizia psichiatrica, Marin Jelenic, 36 anni, imputato per l’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, ha preso a pugni e calci la gabbia di vetro, ha sputato e ha rivolto insulti alla sua legale, l’avvocata Marialuisa Marcucci. Il presidente Pasquale Liccardo ha disposto che l’imputato venisse riportato in carcere.

Le escandescenze sono esplose mentre parlava il perito della Corte, Domenico Berardi, incaricato della perizia psichiatrica. Jelenic ha inveito con parolacce e ha affermato che «è un processo politico, condotto in modo indegno e mafioso» e che «l’Italia è un Paese mafioso». Ha anche preso di mira le guardie presenti in aula. Dopo gli insulti, la difesa ha chiesto di essere dispensata dall’incarico; Liccardo ha verbalizzato la richiesta ma ha risposto che il comportamento offensivo «non è motivo per poter essere esonerata».

Berardi ha riferito che, al momento della visita, Jelenic «si è presentato in buono stato, lucido, orientato, coerente, in controllo della situazione» e ha concluso che l’imputato era capace di intendere e di volere il 5 gennaio — giorno in cui, secondo l’accusa, Ambrosio, 34 anni, fu ucciso con una coltellata alla schiena nel parcheggio del piazzale Ovest della stazione di Bologna — e che oggi è in grado di stare in giudizio. Nel corso della relazione il perito ha escluso la presenza di deliri, allucinazioni o depressioni e ha evidenziato che nei fascicoli di Brescia e Bologna non emergono psicopatologie.

Il perito ha però segnalato un consumo pesante di alcol e sostanze, osservando che «fuori da quell’effetto resta lucido» e che al momento del fatto aveva «una quantità di alcol importante nel sangue». Berardi ha inoltre commentato i tatuaggi dell’imputato, notando «delle fiamme nere ben fatte e un insieme di tatuaggi con un progetto non estemporaneo» e dicendosi interrogato sul possibile significato appartenente a una sottocultura.

Secondo Berardi, Jelenic è «una persona abile e intelligente» che ha cercato di gestire la situazione; durante il colloquio «non era indebolito da un senso di colpa né tantomeno da un sentimento di subalternità» e «ha cercato di prendere il controllo della situazione». Il perito ha aggiunto che l’imputato ha rifiutato di parlare di sé e che, riguardo all’omicidio, «ha detto che non c’entra niente perché nessuno lo ha visto». Pur definendolo educato e corretto, Berardi ha osservato che Jelenic è rimasto «sempre freddo, distante» e che il suo modo di fare suggeriva di trovarsi davanti a «una persona che dovevi trattare in un certo modo».

Il consulente della Procura, Stefano Ferracuti, ha condiviso la valutazione sulla capacità di stare in giudizio e ha parlato di una «dimensione sadica», sostenendo che Jelenic «prova piacere nell’imporsi, nel controllare e nel dominare gli altri». Ferracuti ha inoltre collegato l’abuso abituale di alcol a «crisi aggressive distruttive, violente».

Il pubblico ministero Michele Martorelli contesta le aggravanti dei motivi abietti e del fatto commesso in prossimità di una stazione; al momento il movente non è chiaro. Jelenic, di nazionalità croata e senza fissa dimora, era stato arrestato la sera dell’Epifania a Desenzano sul Garda.

In aula erano presenti i genitori della vittima, Luigi e Lisa Ambrosio, costituitisi parte civile con l’avvocato Simone Sabattini, insieme alla fidanzata e ad altri familiari.

Fonte: Raccontiamo Città

Torna alle notizie nazionali