Omicidio di Aurora Tila: oggi la sentenza d'appello per l'ex fidanzato minorenne
All'apertura del processo d'appello a Bologna il giovane aveva ammesso: “L'ho spinta giù, sono stato io”. In primo grado il tribunale dei minori lo aveva condannato a 17 anni.
La Corte d'appello di Bologna sta pronunciando oggi la sentenza nel procedimento sull'omicidio di Aurora Tila, la tredicenne uccisa a Piacenza nel 2024 dopo essere precipitata dal settimo piano del suo palazzo. All'avvio dell'appello, due mesi fa, il giovane imputato, ancora minorenne, aveva dichiarato: “L'ho spinta giù, sono stato io”. In primo grado il tribunale per i minorenni lo aveva condannato a 17 anni.
In aula è presente Morena, la madre di Aurora, accompagnata dai suoi legali. Dopo l'ultima udienza, Morena aveva detto: “Ho sempre saputo che era stato lui , vuole uno sconto di pena ma nessuno ma nessuno mi ridarà mia figlia”. L'imputato è attualmente detenuto in un carcere minorile a Catanzaro; alcune settimane fa è stata depositata una relazione sulla sua condotta. Secondo la fonte, in passato il giovane avrebbe commesso reati durante la detenzione in altre strutture e al momento seguirebbe un percorso psicologico che, nel luglio scorso, lo avrebbe portato alla confessione. Tali elementi dovranno essere valutati dal giudice nella determinazione della pena.
Nel corso del processo di primo grado il tribunale ha ritenuto attendibile anche la documentazione relativa alle richieste che la vittima aveva rivolto all'intelligenza artificiale per chiedere consigli sulla relazione. Aurora, secondo la motivazione del tribunale dei minorenni di Bologna presieduto da Gaetano Scaduti, chiedeva a ChatGpt “per comprendere come comportarsi in quella delicata e soffocante situazione”. I giudici hanno ritenuto configurabile lo stalking e hanno valutato che la paura della ragazza per la propria incolumità l'avesse spinta ad accettare l'ultimo incontro con l'ex. Per i magistrati, “in un parossismo di possessività e gelosia, come più volte sottolineato alla sua ragazza, se non l'avesse avuta lui non l'avrebbe avuta nessun altro”.
Dalla sentenza di primo grado emerge che, il giorno prima del delitto, il giovane avrebbe detto a un amico di voler uccidere la tredicenne: la circostanza sarebbe stata riferita da un compagno di cella, poi sentito come testimone. Il ragazzo avrebbe portato con sé un cacciavite, poi sequestrato. I giudici hanno richiamato anche i messaggi che l'imputato inviava ad Aurora, considerati dal loro tenore “sinistri”, come “Domani ultima volta, poi mai più” e “Ti prometto che dopo l'uscita di venerdì non ti cercherò mai più”. Secondo le motivazioni, Aurora, “probabilmente e paradossalmente”, avrebbe accettato l'incontro nel tentativo di “disinnescare quel clima d'odio”, mentre lui “aveva già deciso che avrebbe ucciso Aurora” e aveva organizzato l'ultimo incontro per approfittarne “per mettere in atto il suo piano malefico”.
I giudici hanno inoltre rilevato l'assenza di segni di ravvedimento o pietà da parte dell'imputato: in primo grado il giovane non aveva ammesso l'omicidio, formulando inizialmente l'ipotesi di una caduta accidentale e successivamente sostenendo che si fosse trattato di un gesto volontario della ragazza. Tuttavia, secondo la decisione del tribunale, le prove contro tale versione sono risultate “schiaccianti” e “granitiche”. Il processo di primo grado si era svolto con la formula del rito abbreviato, che comporta lo sconto di un terzo della pena.
La ricostruzione degli inquirenti riportata nella sentenza descrive che, dopo essere stata spinta oltre la ringhiera del balcone, Aurora avrebbe tentato disperatamente di aggrapparsi, ma il ragazzo l'avrebbe colpita con le mani e con le ginocchia per farla cadere. Il giovane, all'epoca quindicenne, era stato indagato fin da subito per omicidio: inizialmente a piede libero, poi raggiunto dal provvedimento restrittivo disposto dal pubblico ministero della Procura minorile di Bologna.