Prezzi agroalimentari in salita: Food Price Index FAO a 133,3 in agosto; CNR certifica l’estate 2026 più calda dal 1950
Aumenti generalizzati di cereali, oli e zucchero; in Italia temperature record e ripercussioni attese sui prezzi al consumo, mentre energia e fertilizzanti aumentano i costi di filiera
Il Food Price Index della FAO è salito a 133,3 punti in agosto, segnando un aumento dell’1,9% rispetto a luglio e del 2,5% rispetto a un anno prima. Si tratta del livello più alto dal novembre 2022, pur restando ancora del 16,8% sotto il picco di marzo 2022.
L’aumento non è concentrato su una sola commodity: in agosto sono saliti tutti i principali sottoindici della FAO. L’indice dei cereali è aumentato del 2,2%, con il grano che è salito del 2,6% nel solo mese ed è ora il 15% sopra i livelli di un anno fa. Il mais è aumentato del 2,5%, mentre sorgo e orzo hanno segnato incrementi rispettivamente del 3,9% e del 2,6%.
Gli oli vegetali hanno registrato un rialzo dello 0,6% per il terzo mese consecutivo, raggiungendo il valore più alto dal giugno 2022. Lo zucchero ha avuto un balzo dell’11,9% in un mese. Anche latticini e carne sono aumentati, rispettivamente del 2,3% e dell’1%.
La FAO indica come fattori alla base del rialzo condizioni meteorologiche avverse, peggiori prospettive produttive in alcune aree, problemi logistici e tensioni geopolitiche. In particolare il caldo e la siccità hanno deteriorato le aspettative produttive di alcune aree europee, con un peggioramento delle prospettive per il mais nell’Unione europea e minori prospettive produttive per il grano in zone colpite da condizioni calde e secche.
Per l’Italia il quadro climatico assume una rilevanza economica immediata: il CNR ha certificato che l’estate 2026 è stata la più calda dell’intera serie storica nazionale dal 1950, con una temperatura media estiva di 24,3 °C a due metri dal suolo. Agosto ha registrato una media di 25,6 °C, 3,5 °C sopra la media 1991-2020 e 5,2 °C sopra la climatologia 1951-1980; è stato inoltre l’agosto più caldo della serie, superiore ai precedenti record del 2024 e del 2017.
Il CNR sottolinea che le aree con le anomalie termiche più elevate comprendono una quota significativa di superfici coltivate e che in alcune zone si sono associate a periodi di siccità, osservando che “il settore primario” è quindi quello più colpito.
Il problema per i prezzi non è soltanto l’aumento odierno delle materie prime, ma la possibile riduzione della produzione nei mesi a venire: rese più basse, maturazione accelerata, maggior fabbisogno irriguo o raccolti compromessi possono ridurre l’offerta proprio mentre i mercati internazionali prezzano una maggiore scarsità. Tra il prezzo internazionale della materia prima e il prezzo al supermercato intervengono trasformazione, trasporto, energia, confezionamento, distribuzione e contratti, con un ritardo documentato tra lo shock delle commodity e l’impatto sui prezzi al consumo.
La Banca centrale europea ha evidenziato il ruolo degli shock dei raccolti nella volatilità dell’inflazione nell’area euro: uno studio citato dalla BCE indica che uno shock temporaneo alla produzione agricola in Francia ha provocato un aumento dei prezzi alimentari di circa il 13% e un incremento dell’inflazione alimentare superiore a due punti percentuali, con effetti prolungati oltre lo shock iniziale.
In Italia il rischio riguarda in particolare frutta, verdura e cereali. Le produzioni più deperibili e con cicli brevi possono trasferire più rapidamente gli aumenti di costo dal campo al consumatore; per frutta e ortaggi non è possibile compensare una cattiva stagione con lunghi stoccaggi. Per i cereali, il loro ruolo nella mangimistica e nell’industria alimentare può amplificare la trasmissione dei rincari a carne, latticini, farine e prodotti da forno.
Non va inoltre trascurato il canale dei costi di produzione e trasporto: energia, carburanti, fertilizzanti, irrigazione, refrigerazione e logistica sono componenti essenziali della filiera agroalimentare. A riguardo l’ISTAT segnala che ad agosto i prezzi degli energetici non regolamentati sono aumentati del 16,9% su base annua e quelli regolamentati del 18,8%, con gli energetici indicati come principale motore dell’accelerazione dell’inflazione italiana.
Anche la BCE, nelle sue proiezioni di giugno, indica l’aumento dei costi energetici e dei fertilizzanti come fattori destinati a spingere al rialzo i prezzi delle commodity agricole nell’area euro. La banca centrale prevede che l’inflazione alimentare dell’Eurozona aumenti nel breve periodo e possa arrivare al 3,7% nel secondo trimestre del 2027, prima di ridiscendere verso il 2%.
La Commissione europea, nel suo Agricultural Outlook di luglio, aveva già avvertito che condizioni complessivamente favorevoli per alcune colture potevano convivere con rischi significativi per le colture primaverili ed estive, soprattutto nelle regioni esposte a caldo e carenza d’acqua.
I dati e le analisi convergono su un punto: il combinato di aumenti internazionali delle materie prime, effetti climatici sulle rese e pressioni sui costi energetici può tradursi in una crescita dei prezzi alimentari nei prossimi mesi, con possibili ricadute sull’inflazione al consumo in Italia.