La legge veneta sul fine vita apre una frattura nella maggioranza e riporta il tema delle cure palliative all'agenda nazionale
Il Vaticano sollecita maggiori investimenti in cure palliative; centrodestra diviso tra la linea di Zaia e le resistenze di Salvini e FdI, mentre parlamentari e ministri chiedono un intervento nazionale
Quattro giorni dopo l'approvazione, la legge veneta sul fine vita continua a produrre effetti oltre i confini regionali, segnando una crepa all'interno della maggioranza di centrodestra e con una parte del fronte ecclesiastico.
Il Vaticano ha indicato come priorità un rafforzamento delle cure palliative: "Una buona legge sulle cure palliative, in italia, c'è gia'" ha scritto monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia accademia per la vita, aggiungendo che chi si dichiara difensore della vita deve reperire risorse per implementarle. Pegoraro ha anche affermato: "Meno armi e più cure palliative" e ribadito che "Non esiste alcun diritto all'aiuto al suicidio" ma resta "l'obbligo in capo allo stato di prendersi cura, e anche di rispettare la volontà del singolo di non ricevere trattamenti", auspicando in ogni caso di evitare "trattamenti inutili o sproporzionati".
La legge veneta è la prima sul tema approvata in una giunta di centrodestra; precedenti normative erano state varate in Toscana, Sardegna ed Emilia Romagna. Il presidente del consiglio regionale veneto l'ha definita una legge dal "doppio valore", parlando del "rispetto per i malati terminali in attesa e un bel segnale a livello nazionale, perché il Parlamento legiferi", e sottolineando che il fatto che sia passata "in questa regione, che è marcatamente di centrodestra" dimostra che il tema "è cogente" e che "prima o poi questo Paese dovrà trovare una quadra".
Il governatore Luca Zaia ha incalzato sul piano politico: "In un Paese democratico c'è libertà di coscienza. Se si adottasse questa modalità a livello nazionale, la legge passerebbe subito, e se si facesse con voto segreto, ancora più velocemente." La posizione di Zaia si è scontrata con l'opposizione del segretario della Lega, Matteo Salvini.
Il voto in consiglio regionale ha mostrato la stessa spaccatura: la legge è passata con una maggioranza trasversale, con leghisti vicini a Zaia insieme a Pd, M5s, Avs e Forza Italia; è stato respinto per 31 voti a 16 il tentativo di Fratelli d'Italia e dei vannacciani di far retrocedere il testo.
A livello nazionale le reazioni dei partiti della maggioranza sono state differenziate. Da Fratelli d'Italia Maddalena Morgante ha definito l'iniziativa uno "strappo grave e inaccettabile ai danni della dignità umana", bollandola come un "colpo di mano da parte di maggioranze territoriali in cerca di bandierine ideologiche".
Una posizione più pragmaticamente allineata alla necessità di potenziare le cure palliative è arrivata da Forza Italia: il senatore Pierantonio Zanettin, relatore sulle proposte in materia a Palazzo Madama, ha ricordato che "Sia nella nostra proposta di legge sul fine vita, sia nella legge del Veneto si parla di implementazione delle cure palliative" e ha evidenziato le "grandi disparità di trattamento da territorio a territorio che vanno colmate". Anche la presidente dei senatori di FI, Stefania Craxi, ha sottolineato che le cure palliative non sono "un elemento accessorio" ma "uno dei suoi presupposti indefettibili".
La posizione della coalizione appare quindi divisa: linea intransigente di FdI, apertura pragmatica di Forza Italia e una Lega spaccata tra il segretario nazionale e il governatore Zaia. Secondo quanto trapela, la premier Giorgia Meloni per ora evita di affrontare direttamente la questione per non esporsi agli attacchi della componente più identitaria del suo elettorato, rappresentata da Roberto Vannacci.
A richiamare la necessità di una risposta nazionale è intervenuto anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, che al Forum Ambrosetti ha affermato: "Il Parlamento deve intervenire su questo tema", ricordando che "la Consulta si è già espressa diverse volte con diverse sentenze".