Pacifico in tensione: gli Stati Uniti avviano grandi esercitazioni, Pechino e Mosca reagiscono
Orient Shield (8-24 settembre) e Freedom Edge (7-11 settembre) mobilitano forze alleate; la contromossa sino-russa solleva il rischio di un logoramento degli impegni americani anche verso la NATO e l'Ucraina
Gli Stati Uniti hanno pianificato per i prossimi giorni due ampie esercitazioni nel Pacifico: Orient Shield, dall'8 al 24 settembre, definita una delle più vaste simulazioni trilaterali nell'arcipelago giapponese, con circa 3.700 militari statunitensi, giapponesi e australiani; e Freedom Edge, dal 7 all'11 settembre, manovre congiunte tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud nelle acque intorno all'isola di Jeju, a ridosso del canale di Corea e poco oltre le 100 miglia dalle coste cinesi, concepite per testare prontezza aerea e navale.
L'obiettivo del Pentagono è rafforzare una rete di difesa sempre più integrata con gli alleati. Di fronte a queste mosse, il blocco formato da Pechino e Mosca ha reagito in modo articolato: la Cina ha aumentato pattugliamenti, esercitazioni e transiti navali attorno al Giappone e ha annunciato manovre congiunte con Russia e Mongolia; la Russia ha formalmente protestato per lo spiegamento dei sistemi missilistici Typhon sul suolo giapponese, accusando Tokyo di importare infrastrutture difensive in stile NATO e inserendo la questione nella propria retorica di deterrenza, incluso il rilievo nucleare.
Negli ultimi mesi si registrano inoltre pressioni navali sino-russe verso il Giappone, con segnalazioni di violazioni della zona economica esclusiva giapponese e l'episodio di colpi di mitragliatrice sparati da un cacciatorpediniere cinese come avvertimento. Questa serie di manovre e provocazioni è stata descritta con il concetto di "Zwang" (zugzwang): una costrizione strategica per cui ogni contromossa americana genera a sua volta nuovi obblighi, costi aggiuntivi e vulnerabilità.
Sullo sfondo si confrontano due dottrine: la Deterrenza Integrata statunitense, basata su condivisione di intelligence, comandi e sistemi d'arma con gli alleati regionali, e la strategia cinese che punta a rendere l'impiego della forza americana più costoso e complesso. Per evitare di lasciare basi come Okinawa o Guam esposte, gli USA sono incentivati a disperdere forze su molte isole minori, aumentando logistica, difese aeree dedicate e problemi di collegamento, elemento che verrà testato in Orient Shield. Anche il ruolo dei vettori Typhon è centrale nella disputa: per Washington rappresentano uno strumento di deterrenza; per Pechino sono la prova di un possibile uso del Giappone come rampa di lancio contro la «prima catena di isole».
Secondo l'analisi riportata, la pressione cinese non mira necessariamente alla sconfitta convenzionale dell'esercito americano, ma a rendere il suo dispiegamento troppo oneroso, in particolare in vista di una crisi legata a Taiwan. La Russia, pur non disponendo delle stesse capacità navali, sfrutta la partnership con la Cina per ottenere un effetto strategico con risorse più limitate.
Questo schema comporta un possibile logoramento su più fronti: navi, sistemi Patriot, caccia, droni, munizioni e analisti d'intelligence spostati verso il Pacifico vengono nella valutazione sottratti al fianco orientale della NATO e al supporto all'Ucraina, oltre ad influire su risorse destinate al teatro contro l'Iran. Se sulla carta il Pentagono è strutturato per gestire "due teatri contemporanei", nella pratica le risorse sono limitate.
Le esercitazioni stesse sono usate come strumenti di comunicazione strategica: Orient Shield e Freedom Edge ricordano alla Cina che gli Stati Uniti possono attivare risposte multilaterali, mentre le manovre cinesi e l'ambiguità russa mirano a dimostrare che l'accesso e la proiezione di potenza americana nella regione non sono garantiti. La conclusione sottolinea il rischio che, se per mantenere credibilità Washington dovrà rispondere a ogni provocazione con nuovi dispiegamenti, la deterrenza possa trasformarsi in un meccanismo che logora le risorse americane e ne limita la libertà di scelta nell'impiego.