Blitz anti-caporalato nella Piana di Sibari: 20 fermi, contestata anche la riduzione in schiavitù
I carabinieri per la Tutela del lavoro, su delega della Dda di Catanzaro, eseguono il decreto di fermo nei confronti di 20 cittadini stranieri; emergono due associazioni per delinquere e il coinvolgimento di clan locali
I reati contestati a vario titolo ai 20 destinatari del decreto di fermo sono associazione per delinquere finalizzata all'intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro, riduzione in schiavitù, estorsione e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, secondo quanto ricostruito dalla Dda di Catanzaro e dai Carabinieri per la Tutela del lavoro.
L’operazione ha avuto il suo epicentro nella Piana di Sibari e si è svolta con il supporto dei reparti territoriali dell’Arma nelle province di Cosenza, Napoli, Bologna, Sassari e Mantova. Le indagini, avviate nel 2020, hanno evidenziato l’esistenza di due distinte associazioni per delinquere "interconnesse sul piano operativo".
Secondo gli inquirenti, il primo sodalizio, guidato da cittadini stranieri, avrebbe esercitato un controllo monopolistico sulla manodopera agricola dell’area, riducendo i braccianti in uno stato di soggezione e servitù. I lavoratori venivano costretti a coabitare, fino a 20 persone contemporaneamente, in alloggi fatiscenti e degradati, privi di riscaldamento, luce e gas nel centro storico di un Comune locale. Per questi alloggi l'organizzazione tratteneva forzosamente dai salari quote di 50-60 euro al mese.
Dall’inchiesta emerge che i braccianti venivano stipati a bordo di auto e furgoni in numero enormemente superiore alla capienza consentita, "finanche nel bagagliaio posteriore", per essere condotti nei campi, con una decurtazione di cinque euro al giorno per il viaggio. I turni erano di 8-10 ore continuative, senza riposo settimanale, ferie o tutele assicurative e sanitarie. La retribuzione reale per i lavoratori sarebbe stata compresa tra i 2,70 e i 3 euro all'ora (pari a giornate da 23-27 euro), mentre ai caporali venivano riconosciute tariffe di circa 40 euro dagli imprenditori.
Per impedire qualsiasi via di fuga, l'organizzazione avrebbe trattenuto sistematicamente e parzialmente i salari dovuti, minacciando le vittime di cacciarle di casa, far perdere loro il permesso di soggiorno o aggredirle fisicamente qualora avessero protestato. L'inchiesta segnala anche presunte discriminazioni salariali in base alla provenienza geografica, con braccianti di origine sub-sahariana sottoposti alle condizioni più penalizzanti.
La seconda associazione a delinquere, "promossa, organizzata e composta da soggetti italiani", era finalizzata esclusivamente al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina tramite il sistematico aggiramento delle procedure connesse al decreto Flussi e al decreto Rilancio. Gli inquirenti indicano la consapevole e attiva connivenza di professionisti compiacenti e l'abuso di pubbliche funzioni esercitate da operatori di Caf e Patronati in Calabria e in Basilicata, che, abusando delle loro credenziali d'accesso ai sistemi ministeriali, predisponevano e inoltravano telematicamente migliaia di istanze di assunzione fittizie nei cosiddetti click day.
Le istanze venivano presentate per conto di ditte agricole e commerciali compiacenti, fittiziamente intestate a prestanome o completamente improduttive. I professionisti del sodalizio provvedevano a gonfiare i requisiti patrimoniali e i bilanci aziendali tramite la creazione di false fatture, inducendo in errore gli uffici della Prefettura e dell'Ispettorato del lavoro. Per ogni pratica finalizzata all'ottenimento del visto di ingresso o della regolarizzazione temporanea, l'organizzazione pretendeva dai migranti somme oscillanti tra i 6.500 e i 10.000 euro.
Le indagini del Reparto operativo dei Carabinieri Tutela del lavoro hanno inoltre riguardato il "diretto coinvolgimento di esponenti delle storiche cosche di 'ndrangheta operanti nella Sibaritide". Sarebbe emerso che alcune delle ditte agricole usate per lo sfruttamento erano fittiziamente intestate a prestanome ma gestite per conto dei clan mafiosi locali. Quando i braccianti protestavano, venivano zittiti con minacce di morte esplicite, facendo leva sull'appartenenza all'organizzazione mafiosa.
Fondamentale, durante le indagini, è stata la collaborazione con l'O.I.M. (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e con l'associazione onlus 'Comunità Progetto Sud', facenti parte della rete antitratta. Grazie a questa sinergia numerosi braccianti sfruttati sono stati sottratti all'organizzazione, inseriti in programmi di assistenza alloggiativa e avviati ai percorsi di tutela umanitaria e regolarizzazione previsti dalla legge.
Il sindaco di Cassano All'Ionio, Gianpaolo Iacobini, in una nota ha espresso "apprezzamento alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e ai Carabinieri per la Tutela del lavoro per l'Operazione 'Master'", definendo l'iniziativa investigativa e giudiziaria fondamentale per debellare il caporalato e auspicando che le indagini facciano piena luce sui rapporti e sulle eventuali responsabilità, compresi i collegamenti con le cosche operanti sul territorio. Iacobini ha rivolto inoltre un riconoscimento alla Guardia di finanza di Sibari per il suo impegno nel contrasto al caporalato e ad altre forme di illegalità.