Von der Leyen: «Pronti a reagire» mentre il deficit UE verso la Cina sfiora un miliardo al giorno
Bruxelles parla di «de-risking», sale la tensione tra Paesi membri; numeri 2025 e primi mesi del 2026 mostrano un forte squilibrio commerciale
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha ribadito la volontà di difendere le imprese europee e garantire regole del gioco paritarie nel rapporto commerciale con la Cina durante il suo intervento all'incontro annuale degli imprenditori francesi a Parigi. Ha descritto la strategia della Commissione come mirata non al «decoupling», ma al «de-risking» per ridurre la dipendenza economica e strategica senza interrompere i legami con Pechino.
I numeri citati nel discorso evidenziano lo squilibrio dei flussi commerciali. Nel 2025 l'Unione europea ha esportato verso la Cina beni per 200 miliardi di euro, mentre le importazioni sono state pari a 559 miliardi, con un deficit record di 360 miliardi. Anche l'inizio del 2026 ha mostrato un trend negativo: il deficit ha raggiunto 98 miliardi nei primi tre mesi dell'anno.
La Commissione sottolinea come il peso dell'industria cinese, sostenuta da ingenti aiuti statali e da fenomeni di sovrapproduzione, stia comprimendo la concorrenza sul mercato europeo. Sul piano della sicurezza, il discorso ha richiamato l'attenzione sulla concentrazione di controllo cinese in catene di approvvigionamento critiche: in alcuni casi l'Europa dipende al 100% dalla Cina per specifiche terre rare pesanti, rendendo vulnerabili settori strategici.
Sulla linea da seguire tra prudenza e reazione dura i governi europei appaiono divisi. La Francia spinge per misure rapide e decise, incluso l'attivazione dello «scudo commerciale europeo» e del cosiddetto «trade bazooka» (l'arma anti-coercizione). La Germania, per contro, è più cauta, temendo ritorsioni che colpirebbero le proprie imprese fortemente radicate sul mercato cinese.
Nel 2026 si è creato un fronte di Paesi — tra cui Italia, Spagna, Paesi Bassi e Lituania — che ha sostenuto iniziative più incisive per proteggere la produzione interna dall'arrivo di prodotti low cost e dalla concorrenza sostenuta dalla sovrapproduzione cinese.
Per l'Italia la situazione è particolarmente rilevante: il commercio bilaterale ha sfiorato i 75 miliardi di euro, ma le importazioni cinesi crescono a un ritmo quattro volte superiore rispetto alle esportazioni italiane. Il rischio interessa soprattutto la manifattura, dove la sovrapproduzione cinese minaccia settori come la meccanica strumentale, l'automotive e la componentistica tecnologica, e mette in luce la dipendenza da microchip e componenti.
Per rispondere a queste criticità, Bruxelles ha intensificato le indagini sui sussidi statali cinesi e sta elaborando misure per spingere le imprese europee a diversificare i fornitori, per ridurre il rischio legato a eventuali blocchi all'esportazione di minerali critici da parte di Pechino.
Von der Leyen ha riassunto la posizione dell'Unione verso la Cina con una triplice definizione: «partner, concorrente e rivale sistemico». La Commissione cerca così di bilanciare open market e tutela dell'industria europea, mentre il dibattito tra i governi continua sulla linea da adottare.