Cessione dell’ex Ilva in stallo: area a caldo e vincoli ambientali complicano le offerte
Quattro soggetti interessati, la Corte d’Appello di Milano ordina lo stop degli impianti entro fine ottobre; il governo convoca un tavolo all’inizio di settembre
La trattativa per la cessione dell’ex Ilva di Taranto affronta uno dei passaggi più delicati della vicenda industriale dello stabilimento. Le offerte arrivate sul tavolo provengono da quattro soggetti: il colosso indiano Jindal Steel, la holding ceca CE Industries, il fondo americano Flacks Group e una cordata di imprese italiane.
Un elemento decisivo è la questione dell’area a caldo, nucleo fondamentale della produzione siderurgica dell’impianto. La Corte d’Appello di Milano ha disposto la fermata degli impianti entro la fine di ottobre, una scadenza che condiziona fortemente i piani dei potenziali acquirenti.
La continuità operativa è considerata essenziale per la sostenibilità finanziaria di qualsiasi piano industriale: fermare l’area a caldo senza un’alternativa produttiva pronta potrebbe interrompere la catena del valore e avere impatti sociali significativi per circa ventimila lavoratori fra occupati diretti e indotto. Al contempo, mantenere l’assetto produttivo tradizionale richiede interventi immediati di messa in sicurezza e garanzie di conformità alle disposizioni delle autorità competenti.
Un secondo ostacolo rilevante è la necessità di una profonda riconversione tecnologica per rendere lo stabilimento compatibile con gli obiettivi ambientali. I futuri acquirenti dovranno prevedere il progressivo abbandono del ciclo integrale a carbone verso soluzioni come forni elettrici alimentati a idrogeno o gas naturale. Questo percorso richiede investimenti ingenti, tempi di ammortamento lunghi e incorpora una forte incertezza sui costi dell’energia.
Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy sta predisponendo la convocazione di un tavolo di confronto con parti sociali e istituzioni locali per i primi giorni di settembre. Le quattro cordate stanno nel frattempo valutando la fattibilità finanziaria dei rispettivi piani industriali.
Secondo la fonte, il ministro teme che una chiusura della trattativa senza rassicurazioni sul futuro dei dipendenti e dell’indotto possa trasformarsi per il territorio in “una vera bomba sociale”. La stessa preoccupazione è condivisa dai sindacati, chiamati a tutelare i posti di lavoro. Il futuro dello stabilimento dipenderà dalla capacità di coniugare esigenze ambientali inderogabili e sostenibilità di lungo periodo dei progetti industriali.