Meloni al New York Times: dalla Garbatella al confronto con Trump, «credevo sarebbe stato più facile»
In un'intervista lunga la premier ripercorre la sua carriera, spiega la regola personale che le attribuisce la longevità politica e racconta il deterioramento del rapporto con Donald Trump
Il 4 settembre, con il superamento della soglia dei quattro anni consecutivi a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni diventerà il presidente del Consiglio più longevo dell’Italia repubblicana. In un'intervista pubblicata oggi sul New York Times la premier ripercorre la propria parabola politica e i principi che, secondo lei, le hanno permesso di restare al centro della scena.
Meloni afferma di avere una regola ferrea: «non dire mai ciò in cui non credo». «Sono una persona che si impone delle regole», spiega. «La prima regola è che non dico mai qualcosa che non penso. Non c'è modo di farmi dire qualcosa in cui non credo: il mio cervello va in cortocircuito». A questo principio, aggiunge, si collega il rapporto con il suo elettorato: «Credo che la gente noti la differenza», «Riescono a capire se qualcosa non è vero, se è falso, e credo che questo sia il più grande errore che un politico possa commettere».
Nel colloquio la premier ripercorre anche le origini del suo impegno politico: a quindici anni entrò nella sede giovanile dell'MSI nella Garbatella di Roma, scelta che collega al clamore suscitato dagli attentati che uccisero i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel 1992. Dopo anni di marginalità del Movimento Sociale Italiano, nel 2012 contribuì alla fondazione di Fratelli d'Italia, partito che rimase per anni attorno al 3 per cento. Quattordici anni dopo il suo ingresso nella sede giovanile dell'MSI fu eletta in Parlamento; nel 2006 divenne la più giovane vicepresidente della Camera nella storia della Repubblica e, due anni più tardi, a 31 anni, fu nominata ministra, la più giovane a ricoprire quell'incarico. Ora, nota l'articolo, si appresta a stabilire un terzo grande record politico.
Sulle scelte di politica estera e sui rapporti internazionali, Meloni definisce un obiettivo chiaro: superare quella che considera una condizione storica di subordinazione dell'Italia e promuovere «la più grande rivoluzione possibile in questa nazione: una rivoluzione dell'orgoglio». Sull'alleanza ideologica con Donald Trump, inizialmente vista come possibile ponte tra Washington e le capitali europee, osserva: «È evidente che con Donald Trump credevo che le cose sarebbero state più facili, data la nostra convergenza sull'immigrazione e sulla cultura woke». «Le cose sono andate diversamente», aggiunge.
Secondo il racconto riportato dal New York Times, il rapporto si è poi deteriorato. Meloni ha reagito quando, dice la sua versione, Trump ha «attaccato Papa Leone», definendo quelle parole «inaccettabili». In un altro episodio, quando il presidente americano avrebbe sostenuto che Meloni lo avesse «implorato» di farsi fotografare con lui al G7, la premier ha risposto con durezza: «L'Italia e io non abbiamo mai chiesto l'elemosina». Nonostante la rottura personale, Meloni sottolinea di mantenere una visione strategica: «Continuo a credere che l'unità dell'Occidente sia qualcosa di molto importante», «Non decido la strategia italiana in base ai miei rapporti personali». Alla domanda se lei e Trump torneranno a parlarsi dopo la pausa estiva, risponde: «Beh, vedremo».
L'intervista affronta anche il tema della memoria storica. Meloni ha condannato il fascismo e ha indicato nelle leggi razziali del 1938 «il momento peggiore della storia italiana», ma evita di definirsi antifascista, parola che associa alla sinistra della propria giovinezza. Parlando del fascismo, lo definisce «particolarmente complesso» e osserva: «Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi, è una cosa. Se l'avessimo vista stando nel mezzo di quegli eventi, probabilmente l'avremmo percepita diversamente, no?». L'articolo segnala come questa ambivalenza entri nella trasformazione di Fratelli d'Italia, partito che conserva nel suo simbolo la fiamma tricolore ereditata dalla tradizione dell'MSI.
Fabio Rampelli, storico esponente della destra romana e collaboratore di lunga data di Meloni, è citato dall'articolo nel sostenere che la sua figura ha contribuito a cambiare la percezione di quell'area politica: «Ed ecco una donna molto giovane, alta un metro e sessanta, bionda con gli occhi azzurri, sorridente e sarcastica, che non aveva nulla a che fare con il fascismo — e da quel momento in poi, tutte le persone che continuavano a insultarci sono diventate ridicole», afferma Rampelli.
Il New York Times conclude osservando che la trasformazione politica guidata da Meloni ha implicazioni europee: con leader come Marine Le Pen o la crescita dell'AfD, il modello italiano può rappresentare una strada verso la normalizzazione e il governo per la destra radicale in altri Paesi. La premier commenta così la propria parabola: «Credo che ciò che mi ha portato fin qui sia stato il coraggio di schierarmi dalla parte scomoda della storia. Di scegliere di andare controcorrente». E aggiunge: «Forse ero la persona giusta al momento giusto».