Il difensore di 351 Bratan annuncia ricorso al Tar dopo l'espulsione
Matteo Politano contesta il rimpatrio eseguito la mattina del 27 settembre e la valutazione di pericolosità sociale
L'avvocato Matteo Politano ha reso noto che presenterà un ricorso al Tar Lombardia contro il provvedimento con cui Nicolae Novacenco, noto come 351 Bratan, è stato rimpatriato in Moldavia nella mattinata di domenica 27 settembre 2026.
Secondo il legale si è trattato del “rimpatrio più veloce della storia” e di una «questione diventata più politica che giudiziaria». Politano ha aggiunto: «Non parliamo di un terrorista, parliamo di una persona che ha compiuto una bravata».
Il difensore ha spiegato che la presunta pericolosità sociale contestata dalla questura si basa su due piccoli precedenti — uno per porto d'armi relativo a un manganello telescopico e uno per possesso di sostanze stupefacenti di lieve entità — e sul blocco stradale avvenuto durante le riprese di un videoclip, fatto che è ancora in fase di indagine.
Sul blocco della Milano‑Meda, Politano ha contestato alcune ricostruzioni giornalistiche e dichiarazioni politiche, spiegando che l'interruzione sarebbe durata «6-7 minuti massimo».
Il legale ha inoltre sottolineato la situazione personale e familiare di Novacenco: «Aveva un permesso di soggiorno di lungo periodo, era in Italia dal 2009 e tutta la sua famiglia è ancora qui. È stato mandato in Moldavia, suo Paese di nascita ma non di origine, un posto in cui lui è straniero, non parla neanche moldavo».
Politano ha detto che il 31enne ha lasciato in Italia una moglie e un figlio di 9 mesi, e una casa con mutuo, e che oltre all'attività musicale Novacenco lavorava come corriere. Il legale ha sostenuto che eventuali errori commessi dall'artista «vanno valutati a posteriori, non a priori», come secondo lui è avvenuto nella valutazione della pericolosità sociale.
Il difensore ha annunciato la presentazione di un ricorso d'urgenza al Tar Lombardia, pur riconoscendo i tempi giudiziari: «Anche con un ricorso d'urgenza ci vorrà un mese, due mesi o addirittura di più, e questo va a inficiare la tutela e la garanzia di una persona».