Appello per Claudio Tacconi: impugnata la condanna per i presunti "caffè avvelenati" al 118 del Maggiore
La difesa contesta le prove e chiede l'assoluzione o attenuanti dopo la condanna a due anni per atti persecutori, lesioni e simulazione di reato
Claudio Tacconi, 45 anni, ex coordinatore della centrale del 118 dell'ospedale Maggiore di Bologna, ha impugnato la condanna a due anni emessa in primo grado con rito abbreviato per i reati di atti persecutori, lesioni personali e simulazione di reato.
L'atto di impugnazione è stato depositato dalla difesa, assistita dall'avvocato Gabriele Bordoni, che ha chiesto l'assoluzione, l'applicazione delle attenuanti generiche o, in subordine, la sostituzione della pena con lavori di pubblica utilità.
In primo grado il giudice dell'udienza preliminare Andrea Romito aveva ritenuto che Tacconi avesse provocato "un intenso stato di ansia e un forte senso di timore" nei colleghi. Secondo l'accusa, il 45enne avrebbe somministrato di nascosto psicofarmaci nei caffè dei colleghi, causando malori.
La vicenda riguarda una decina di operatori che tra marzo 2020 e novembre 2023 avrebbero riportato sintomi come vertigini, sonnolenza e mancamenti. Per la pubblica accusa, rappresentata dalla pm Francesca Rago, tali disturbi costituirebbero prova delle intossicazioni ipotizzate; la difesa contesta questa lettura, osservando che la sintomatologia non consente di stabilire con certezza la presenza dei farmaci indicati e che in alcuni casi i disturbi potrebbero spiegarsi con patologie pregresse o con assunzioni volontarie.
Nel ricorso la difesa solleva inoltre dubbi sull'attendibilità delle testimonianze e sul contesto lavorativo in cui si sarebbero verificati gli episodi, descritto come "tumultuoso" e segnato da malcontento verso Tacconi per la gestione di mansioni, progetti e incentivi all'interno dell'Ausl. Viene poi contestata la corrispondenza del tabulato delle presenze rispetto alle occasioni indicate come oggetto delle contestazioni e si osserva che, quando Tacconi risultava presente, i testimoni non avrebbero riferito comportamenti sospetti riconducibili a una sua intrusione finalizzata a "avvelenare" le bevande.
L'accusa di simulazione di reato riguarda due episodi in cui Tacconi dichiarò di essere stato a sua volta intossicato mediante caffè o tisane e un terzo episodio relativo a una rapina con aggressione che egli disse di avere subito. Per la procura, tali vicende sarebbero state messe in scena per sviare i sospetti; la difesa invece sostiene che si trattò di atti autolesionistici legati a uno stato di shock personale conseguente alla fine di una relazione sentimentale.
Nel ricorso vengono infine contestati aspetti di diritto, tra cui la configurabilità del reato di atti persecutori sulla base degli episodi contestati, la misura della pena ritenuta dalla difesa e l'entità dei risarcimenti stabiliti in favore delle parti civili: 50mila euro all'Ausl e 5mila euro per ciascuna delle persone offese.
La data dell'udienza di secondo grado non è stata ancora fissata.