Omicidio alla stazione di Bologna: ricordo di Ambrosio e fase istruttoria ancora aperta
Gli amici ricordano il capotreno con un evento a Anzola; in aula si attende la perizia sullo stato mentale dell’imputato Jelenic
A pochi giorni da quello che sarebbe stato il suo 35esimo compleanno, familiari e amici ricordano Alessandro Ambrosio con “Capodambro”, una giornata dedicata alle sue passioni. L’evento è in programma sabato 12 settembre alle Notti di Cabiria di Anzola dell’Emilia: dalle 15 è prevista una lunga jam session, insieme a giochi da tavolo, tornei, cibo e altre attività, con il concerto serale degli Atroci alle 21.
Sul fronte giudiziario, davanti alla Corte d’Assise di Bologna prosegue il processo per l’omicidio del capotreno, ucciso il 5 gennaio nei pressi della stazione. L’imputato, Marin Jelenic, è stato rinviato a giudizio immediato con l’accusa di omicidio aggravato.
Secondo l’avvocato Simone Sabattini, che rappresenta nel processo i genitori della vittima e la Filt-Cgil di Bologna, la Procura avrebbe raccolto elementi ritenuti «estremamente significativi, per non dire concludenti». Tra gli aspetti citati dal legale ci sarebbero accertamenti sulle armi, tracce biologiche sugli oggetti utilizzati per il delitto attribuite a Jelenic e immagini registrate prima e subito dopo l’omicidio, oltre a «una serie di elementi circostanziali abbastanza stringenti».
Una delle questioni centrali è la capacità di intendere e di volere dell’imputato. La perizia è stata disposta il 17 giugno dal presidente della Corte d’Assise, Pasquale Liccardo, e affidata al professor Domenico Berardi, psichiatra dell’Università di Bologna. Anche la Procura e le parti civili hanno nominato propri consulenti; gli accertamenti sono stati svolti e si attende il deposito della relazione. Il professor Berardi dovrà depositare le proprie conclusioni entro il 15 settembre. Il processo riprenderà il 23 settembre.
Dagli accertamenti sarebbero emersi elementi sul passato e sulle condizioni di Jelenic: depressione, dipendenza da alcol e sostanze, vicinanza ad ambienti dell’estrema destra e diversi precedenti in Italia, comprese alcune aggressioni ai danni del personale ferroviario. Secondo quanto emerso, il consulente della Procura, Stefano Ferracuti, avrebbe ritenuto il 36enne capace di intendere e di volere sia al momento dell’omicidio sia attualmente, oltre che socialmente pericoloso. Anche il consulente della parte civile avrebbe raggiunto conclusioni simili, mentre si attende il parere del perito nominato dalla Corte.
Restano aperti punti chiave legati al movente. Le parti civili intendono verificare se Ambrosio sia stato scelto casualmente o se sia stato individuato in quanto ferroviere. Al momento dell’aggressione la vittima non indossava abiti da lavoro e quindi non era immediatamente riconoscibile come capotreno. Secondo la ricostruzione citata dall’avvocato Sabattini, Jelenic avrebbe incrociato Ambrosio al binario 1, avrebbe tentato un contatto e lo avrebbe poi seguito mentre la vittima era al telefono, fino a una zona appartata non aperta al pubblico e normalmente accessibile al personale ferroviario.
Sabattini ha osservato che «il fatto che Ambrosio vada in una parte non pubblica della stazione è determinante» e ha aggiunto che «allo stato non crediamo alla casualità», pur riconoscendo l’assenza di prove concrete di un precedente rapporto tra i due. Il legale ha anche riferito che, a suo avviso, non sarebbe stato disposto l’esame delle telecamere della stazione nei giorni antecedenti all’omicidio, un accertamento che avrebbe potuto chiarire se l’azione fosse stata in qualche modo preparata.
Nel corso delle indagini è emerso che Jelenic sarebbe stato trovato in più occasioni in possesso di armi e denunciato a piede libero, con precedenti episodi di tensione nei confronti del personale ferroviario: nel novembre precedente all’omicidio avrebbe minacciato un capotreno con un taglierino e, il giorno prima dei fatti, su un Freccia proveniente da Firenze avrebbe avuto un comportamento aggressivo.
La definizione del movente ha rilevanza anche sul piano della pena: all’imputato è stata contestata l’aggravante dei motivi abietti, che, se provata, può comportare il massimo della pena; viceversa, l’assenza di tale aggravante inciderebbe sulla comminazione della pena.
La famiglia segue il processo nella speranza che si chiariscano tutti gli aspetti ancora oscuri. «Sono persone molto rispettose degli altri e meritano il rispetto di tutti», dichiara Sabattini, che sottolinea come «il processo è la sede naturale dove si accertano i fatti e le responsabilità». La vicenda, aggiunge il legale, resta «un omicidio particolarmente grave e insolito» per modalità e luogo, con forti ripercussioni sulla famiglia della vittima.