Centri antiviolenza Emilia-Romagna: più prevenzione e risorse dopo l’ondata di femminicidi
Il Coordinamento chiede un rafforzamento della rete di protezione; il caso di Tania Terrin riapre il dibattito sull’efficacia degli strumenti di tutela
Il Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna ha chiesto un rafforzamento della prevenzione, delle risorse e della collaborazione tra istituzioni e Centri antiviolenza per costruire una rete di protezione più efficace intorno alle donne.
Al centro dell’intervento del Coordinamento c’è il femminicidio di Tania Terrin, la 39enne uccisa a Camponogara, nel Veneziano, dall’ex compagno Dino Keber, che si è poi tolto la vita. Secondo quanto ricostruito, l’uomo aveva precedenti denunce per violenza, episodi di stalking, minacce di suicidio e almeno un tentativo di strangolamento; nei suoi confronti sarebbe stato adottato soltanto un ammonimento del questore. La vittima aveva denunciato l’ex compagno e la madre di Tania aveva più volte riferito di essersi rivolta alle forze dell’ordine. Il ministero della Giustizia, riferisce la fonte, starebbe valutando l’invio di ispettori presso la Procura di Venezia per capire cosa non abbia funzionato.
Per il Coordinamento regionale la vicenda impone una riflessione urgente sulla capacità delle istituzioni e dei servizi territoriali di intervenire tempestivamente nelle situazioni di maggiore pericolo. «Dobbiamo chiederci se tutti i segnali di rischio siano stati correttamente riconosciuti, valutati e affrontati e se la risposta del sistema di protezione sia stata adeguata alla gravità della situazione», sottolineano i Centri antiviolenza.
Il Coordinamento interviene anche sui commenti apparsi su stampa e social nei quali Tania Terrin viene giudicata per comportamenti personali: «Il comportamento della vittima non può mai diventare una giustificazione della violenza subita, né tantomeno una responsabilità per la violenza agita contro di lei», ribadiscono le operatrici. Le dinamiche della violenza di genere vengono ricordate come spesso caratterizzate da controllo, manipolazione, minacce e aggressioni alternate ad apparenti fasi di riconciliazione; paura, speranza in un cambiamento o minimizzazione del pericolo possono essere reazioni tipiche della condizione di violenza.
Il caso di Tania Terrin si inserisce in una serie di delitti contro le donne registrati tra luglio e il 19 agosto: la fonte segnala almeno otto vicende mortali nelle quali gli inquirenti hanno contestato, riconosciuto o stanno valutando l’ipotesi di femminicidio. Tra le vittime citate figurano Luigia Fortunato nelle Marche, Tania Sperindio nel Riminese, Dafne Rebaudo a Roma, Daniela Florea a Torino, Ornella Forastefano nel Cosentino e Joanna Rouissi a Colleferro. Restano da chiarire le circostanze della morte di Carmela Bifano, trovata senza vita a Corigliano-Rossano con lesioni alla testa. La fonte segnala inoltre diversi tentati femminicidi avvenuti nelle ultime settimane in Sardegna, Calabria, Sicilia e Lombardia. La definizione giornalistica di femminicidio non sempre coincide con la qualificazione giuridica attribuita dagli inquirenti e alcuni procedimenti sono ancora nella fase iniziale delle indagini.
Nel dossier del Viminale pubblicato a Ferragosto, si legge che nel primo semestre del 2026 sono stati commessi 138 omicidi volontari, contro i 163 dello stesso periodo del 2025. Le donne uccise sono state complessivamente 34: 26 vittime di omicidio volontario e otto del nuovo delitto di femminicidio introdotto con l’articolo 577-bis del codice penale. Rispetto al primo semestre del 2025, quando le vittime femminili erano state 54, il calo è del 37%. Nel 2025 furono assassinate 97 donne e, in 85 casi, l’autore apparteneva all’ambito familiare o affettivo.
Sempre nel primo semestre del 2026 sono aumentati del 24,1% gli ammonimenti del questore per violenza domestica, arrivati a 3.247; considerando anche quelli per stalking, il totale sale a 4.582 provvedimenti.
Il Coordinamento ricorda che, secondo la Commissione parlamentare sul femminicidio presieduta nella scorsa legislatura da Valeria Valente, nella quasi totalità dei casi culminati con l’uccisione di una donna i Centri antiviolenza non erano stati coinvolti. Le strutture, osservano le operatrici, possono affiancare le donne dopo la denuncia, monitorare l’evoluzione delle situazioni di pericolo, collaborare con avvocate e servizi territoriali e costruire percorsi concreti di autonomia e sicurezza; nei casi più gravi possono inoltre garantire l’accoglienza nelle case rifugio.
Da qui la richiesta di investire nella formazione, nel coordinamento tra istituzioni e Centri antiviolenza, nella valutazione del rischio e nelle risorse destinate alla prevenzione. «Non basta sollecitare le donne a denunciare. Quando una donna decide di chiedere aiuto o manifesta la propria paura, intorno a lei deve attivarsi immediatamente una rete capace di ascoltarla, riconoscere la violenza e fornire risposte concrete ed efficaci. Nessuna vittima di violenza deve essere lasciata sola», concludono i Centri antiviolenza.