Le registrazioni delle bodycam sul caso Fakir riaccendono il dibattito: frasi offensive e perizia dei consulenti
L'intervento del 19 luglio al Pilastro, la consulenza pubblicata il 27 ottobre e le reazioni tra scuse, prese di posizione e riflessioni sulla cultura della polizia
Il 19 luglio, in via Italo Svevo nel quartiere Pilastro di Bologna, durante un intervento di polizia è morto Abderrahim Fakir, 42 anni, titolare di una piccola ditta di trasporti. All’intervento presero parte due agenti di polizia di 23 e 28 anni.
La procura ha nominato quattro consulenti — Valentina Bugelli, Cristina Basso, Manuela Bonizzoli e Luca Morini — che il 27 ottobre hanno depositato una perizia nella quale ricostruiscono i fattori che hanno contribuito al decesso. Nel documento gli esperti indicano diverse concause, tra cui uno schiacciamento toracico visibile nei filmati che riprendono gli istanti immediatamente precedenti alla morte.
Nella perizia sono riportate anche trascrizioni delle registrazioni delle bodycam in uso agli agenti. In quei file compaiono espressioni e frasi che hanno suscitato forte indignazione: uno degli agenti dice "Se schiatta ci divertiamo"; in un altro passaggio si sente "È schiattato" e la replica dell'altro agente "Cazzo me ne frega a me". Le frasi sono citate nel documento come oggettivamente irricevibili.
Nei giorni successivi all’accaduto era emerso anche un post su Facebook attribuito a un carabiniere in cui Fakir veniva definito "un tossico" e "uno di meno che non serve a nulla", con minacce rivolte a un'altra utente e un riferimento finale a "viva il Duce"; il passaggio è richiamato nelle ricostruzioni dell’episodio.
Il legale dei due agenti, l’avvocato Gabriele Bordoni, ha dichiarato inizialmente che i due erano "sconvolti" e li ha definiti "ragazzi molto giovani e sensibili". Successivamente, tramite lo stesso avvocato, uno degli agenti ha pubblicamente chiesto scusa "con la famiglia di Abderrahim Fakir e con il mio corpo di appartenenza per le frasi inaccettabili che ho pronunciato", attribuendo le espressioni «alla concitazione del momento e all'emozione per quello che era appena accaduto".
Sul caso sono arrivate anche prese di posizione politiche e istituzionali: il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha espresso vicinanza agli agenti e chiesto "rispetto per chi indossa una divisa". A livello comunale Detjon Begaj, consigliere a Palazzo d’Accursio e capogruppo di Coalizione Civica, si è chiesto se, alla luce delle frasi emerse, i due agenti possano essere "idonei alla divisa". Fabio Anselmo, avvocato della famiglia di Fakir, ha scritto sui social che "c'è qualcosa di profondamente disumano nell'atteggiamento di chi sembra considerare la possibile morte di una persona un fatto di cui ridere o di cui non preoccuparsi", e ha richiamato il ruolo della divisa nel tutelare vita e dignità.
La vicenda è tornata a inserire il caso bolognese in un dibattito più ampio sulla cultura e le riforme della polizia in Italia. Nel marzo del 2025 il giornalista Luigi Mastrodonato ha pubblicato su Internazionale un articolo che ripercorre i tentativi di riforma della polizia; lo stesso autore ha poi dato alle stampe un libro intitolato "L'ordine" (Sem, 2026), citato nelle discussioni pubbliche.
Statistiche e valutazioni europee citate nel dibattito richiamano inoltre problemi più generali: il quotidiano Domani ha stimato che negli ultimi 25 anni 67 persone siano morte durante fermi di polizia in Italia; la Corte europea dei diritti dell'uomo ha definito il problema delle torture da parte della polizia italiana come "strutturale". Sempre secondo le ricostruzioni riportate, l'Italia figura tra i pochi Paesi che non condividono i propri dati con le Nazioni Unite.
La pubblicazione della consulenza e delle registrazioni ha riaperto domande su trasparenza, responsabilità e il rapporto tra cittadini e istituzioni. Nella ricostruzione finale si solleva la domanda su chi debba tutelare l’onore della divisa e su come ripristinare un rapporto di fiducia tra comunità e forze di polizia.